«È lunedì sera, stiamo per chiudere le ultime pagine del giornale e come ogni settimana a breve si va in stampa. È tutto pronto quando una telefonata ci avvisa che Enzo Totti, il padre di Francesco Totti , “lo sceriffo” come tutti lo chiamano a Roma, è appena deceduto all’Ospedale Spallanzani dove era ricoverato per essere risultato positivo al Covid. Aveva 76 anni. Che fare, ci chiediamo. Abbiamo pensato questo intero numero di Vanity Fair per celebrare suo figlio, l’eroe, l’uomo, il calciatore che da sabato 17 ottobre sarà sul grande schermo nel documentario Mi chiamo Francesco Totti firmato da Alex Infascelli.

Sul numero in edicola dal 14 ottobre, l’ex storico capitano della Roma si rivela in un’intervista a Malcom Pagani come raramente ha fatto prima, durante la sua lunga, lunghissima carriera. Siamo senza parole, anche molto emozionati perché sul set, durante il servizio fotografico, Francesco non aveva detto nulla, era stato come sempre professionale, disponibile, sorridente. Totti, appunto. “Quando entro in campo, Francesco resta fuori e io divento Totti. Perché Totti ha tutto quello che serve per stare là dentro”, racconta il capitano. Me lo immagino come gli eroi di Omero, Achille, oppure Ettore, che vanno incontro al proprio destino anche quando sanno come andrà a finire. Fieri, sicuri. Gloriosi, appunto. I primi tiri di palla in spiaggia. Le partite a calcio da bambino, quando i più grandi non lo volevano in squadra ed Enzo, suo padre, diceva “fatelo giocare”. Perché appena Francesco mette i piedi sul pallone, restano tutti a bocca aperta. Il primo ingaggio, il primo assegno. La convocazione in serie A, la Nazionale, l’infortunio, il Mondiale, lo scudetto. Gli alti e bassi, i colpi inferti e quelli subiti, le glorie e gli errori, i rigori segnati, il destro micidiale, la rabbia da rosicone, la gioia da campione. Enzo era sempre accanto al figlio mentre Francesco diventa Totti e Totti era la Roma. Difficile misurare la forza, la grandezza di questo atleta.

L’unico modo che mi viene in mente è ricordare una partita, per altro nemmeno una delle più importanti. Sugli spalti, per la prima volta, Francesco ha invitato la futura moglie Ilary Blasi. Prima di entrare in campo, decide di mettere una maglietta bianca con la scritta “6 unica” sotto quella col numero 10 da capitano. Se segnerà, la toglierà e dichiarerà così il suo amore a lei. La partita sta per finire, lui ha fatto tre assist che hanno generato tre goal. Manca poco al fischio finale, le speranze stanno per svanire. Poi, all’improvviso, col suo destro micidiale mette a segno un altro goal. Corre verso gli spalti, alza la maglietta. Il resto è storia. Ecco, se penso a cosa sia il destino, il destino di questo eroe, quello di suo padre, forse quello di tutti, allora mi rendo conto che il destino è mettersi una maglia, un sogno sotto la vita di sempre e sperare che si realizzerà senza sapere se si realizzerà. In quel gesto, in quel “comunque vada”, c’è tutto. L’amore, la pazienza, l’orgoglio di un padre che non ti ha mai detto bravo ma che ti ha sempre dimostrato di essere lì, dietro, vicino, accanto. E la grandezza di un figlio che non ha mai detto molto ma ha sempre dimostrato di saper fare di più. Arrivederci Enzo. Lo vorrebbero tutti un papà così», commenta Simone Marchetti, direttore di Vanity Fair.

Che cosa è davvero importante per lo storico capitano? «Oltre i figli, la famiglia, le cose che contano davvero? La parola data. Non servono firme, contratti o avvocati. Basta una stretta di mano. Basta guardarsi negli occhi. Certe cose me le hanno insegnate fin da quando ero bambino e io a certe cose credo ancora».

Vanity Fair ha deciso di rispettare la parola data all‘ex calciatore che in questo numero si racconta senza filtri nella bellissima e rara intervista che ha rilasciato a Malcom Pagani ricordando il suo passato, come ha affrontato il difficile ritiro dai campi da calcio e il suo rapporto con Luciano Spalletti.

In trent’anni, ha rilasciato pochissime interviste. «Non sono egocentrico. Non sono uno a cui piace parlare, che sogna di apparire o che smania per stare davanti alla telecamera come tanti altri. Preferisco fare tre passi indietro, nascondermi, sparire, se è possibile. Perché con me c’era sempre un rischio. A me piace scherzare, essere ironico e sdrammatizzare, ma dietro una battuta c’è spesso la verità. E la verità certe volte era meglio non esprimerla. Dire quello che sapevo, o che pensavo, avrebbe creato problemi. Avrei fatto solo danni: a me stesso e alla società. Preferivo evitare». «Per anni ascoltare tante cose false sul mio conto mi ha fatto soffrire. C’erano momenti in cui per smentire le bugie che raccontavano sui giornali, in radio o in tv, sarei andato in guerra. Sono un permaloso. Come dicono a Roma, un rosicone.

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