casa Marcelo Burlon Ibiza
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C’è la raffinatissima proprietaria che ha riempito il suo appartamento milanese di opere d’arte e pezzi d’antiquariato, ma che prima di tutto ha voluto una grande sala da pranzo e un soggiorno luminoso per ricevere gli amici. C’è Pia, da Copenhagen, che racconta come il momento centrale nella vita della sua villa a Maiorca sia la settimana durante la quale ogni estate la famiglia allargata si riunisce al completo, trova il tempo di attardarsi a tavola, impastare la pizza, giocare, parlare, fare il punto dell’anno trascorso. Ci sono Trent e Chelsea che, nella California ancora bloccata dalla pandemia, non vedono l’ora di poter di nuovo invitare i vicini a bere un bicchiere di Bordeaux nel loro ranch tra i pini della Sierra Nevada.

E soprattutto c’è Marcelo Burlon che ha capito di aver trovato la casa giusta sulle colline di Ibiza quando, durante un sopralluogo, il suo migliore amico – no, non il compagno che vedete con lui in copertina: un amico proprio – si è steso per rilassarsi e si è addormentato come un bambino, presagio di energia positiva da prendere al volo per uno che, ovunque pianti le tende, «ricrea ambienti con la stessa attitudine, capaci di generare interazioni umane, comunità felici: perché è questo il senso di un’abitazione».

C’è, nelle dimore del numero che state sfogliando, questa idea della casa come luogo che trova la sua realizzazione più piena diventando centro di condivisione, socializzazione, aggregazione di un gruppo vivo, mutevole, spesso più ampio del nucleo permanente che lo abita. Un ruolo che ha come fulcro la tavola dove, dicono gli anglosassoni con un’espressione – breaking bread – forse datata nel suo sapore biblico ma per me bellissima, familiari e amici si trovano insieme a «spezzare il pane».

A proposito di pane. I pilastri in ghisa nella foto qui sopra, vecchi quasi due secoli, sorreggevano le macine di pietra di un mulino che riforniva le famiglie della valle di farina per impastare il pane, e poi spezzarlo in compagnia di vicini e viandanti, in epoche in cui poco più che il pane c’era, ma lo si divideva per imperativo culturale. Quando sono diventato proprietario del mulino, ho deciso che su quei pilastri avrei spezzato il pane. Sono lì, inamovibili, mezza tonnellata tra ghisa e piano di cristallo. Aspettano di ospitare, quando sarà di nuovo sicuro farlo, una comunità felice.

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