Portrait de Enzo Mari, designer, plasticien et graphiste italien en 1974 ©Alecchi/MP/Leemage

Ci ha lasciati oggi Enzo Mari, a pochi giorni dall’inaugurazione della sua ultima grande personale: Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist with Francesca Giacomelli, presso la Triennale di Milano. «Ho cominciato a capire quante dimensioni convivono nella sua attività: Mari è un designer industriale, un disegnatore di mobili, un progettista di mostre, un artista, un autore di manifesti, un polemista celebre per le sue sfuriate contro il mondo del design. Ogni volta che passavo per Milano nel mio tragitto da Parigi a Venezia non perdevo l’occasione di incontrare lui e la sua compagna, Lea Vergine, grande critica d’arte, femminista, curatrice e pioniera della Performance Art, e insieme andavamo a visitare qualche mostra», così scrive di lui il curatore Hans Ulrich Obrist. E prosegue: «Ciò che lo infastidiva di più era che il mondo del design puntasse al profitto: voleva liberarsi di questa idea di guadagno, di commercializzazione, di industria, di marchi, persino di pubblicità. Perché, secondo Mari, il design è tale soltanto se comunica anche conoscenza».

Progettista polemico (e un po’ moralista), Enzo Mari è autore di più di 1500 progetti e nel corso della sua carriera, vincitore per cinque volte del Compasso d’Oro, i cui testi teorici hanno formato generazioni di designer, riscrivendo la progettazioni sotto buoni termini estetici, funzionali e anche politici.

«Enzo Mari. Falce e martello»

Uno degli aspetti chiave della figura di Enzo Mari è la sua dichiarata manifestazione politica. Il lavoro di Mari nasce sempre da un intento democratico e politico. «Sono comunista» ha detto in una recente intervista, e anche se suona più che altro come una provocazione, nei suoi oggetti l’intento sociale si fa sentire forte e chiaro: l’idea che le cose belle debbano essere alla portata di tutti, e quindi riproducibili, è alla base di ogni suo progetto. Fin dagli anni Cinquanta ha partecipato ai movimenti di avanguardia, ma ha sempre rifiutato il cliché dell’intellettuale astratto e lontano dal pubblico, puntando invece sua una filosofia del design come attività volta a trasformare la società. Uno dei suoi libri più famosi è 25 modi per piantare un chiodo, pubblicato nel 2011, approfondita disanima concettuale del design italiano del secolo scorso, che lo ha visto protagonista. La Galleria Milano presenta invece fino al 16 gennaio «Enzo Mari. Falce e martello», riproduzione filologica della mostra «Falce e martello. Tre dei modi con cui un artista può contribuire alla lotta di classe», con la quale nell’aprile 1973 Carla Pellegrini, l’influente gallerista scomparsa un anno fa, inaugurava (con grande clamore) la nuova sede in via Turati/via Manin, dove tuttora la galleria si trova. Mari riprogettò allora in una forma «esteticamente elevata» quel simbolo globale, concludendo però che «il valore formale non incide sul messaggio veicolato».

Autoprogettazione

Simbolo di tutto il suo lavoro di designer, la poetica dell’autoprogettazione. Enzo Mari pubblica nel 1974 «Proposta per un’autoprogettazione», un progetto per la realizzazione di mobili con semplici assemblaggi di tavole grezze e chiodi. La definisce «una tecnica elementare perché ognuno possa porsi di fronte alla produzione attuale con capacità critica». Il libro rappresenta uno stimolo – e una provocazione – a riflettere sugli oggetti che affollano il nostro quotidiano, legando la nostra creatività alla capacità di costruire da soli, seguendo dei disegni progettuali, una sedia, un tavolo, una libreria o un letto, tra le icone la Sedia P, primo progetto di Autoprogettazione. Se progettare per Enzo Mari «è il modo migliore per evitare di essere progettati», la stessa attenzione alla pratica progettuale si ritrova anche nei giochi e nei libri destinati ai bambini, considerati strumenti per capire il mondo più che oggetti per passare il tempo. Nel libro “L’altalena” (1961) si parla concettualmente ai bambini di quantità, forme, pesi ed equilibri; con elefanti, serpenti e canguri che si rincorrono, si sovrappongono, balzano con i loro “pesanti corpi” sulle estremità della più semplice delle altalene, alla ricerca di un equilibrio possibile.

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