Federico Clapis – Deep Scrolling Experience
Federico Clapis – Deep Scrolling Experience
Federico Clapis – Deep Scrolling Experience
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Federico Clapis – Deep Scrolling Experience
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Federico Clapis – Deep Scrolling Experience
Federico Clapis – Deep Scrolling Experience

Ritratto dell’artista da giovane. Così si potrebbe intitolare il primo libro di Federico Clapis, biografia ufficiale dell’artista nato a Milano nel 1987. Ma l’età non deve trarre in inganno il lettore: protagonista a soli sedici anni delle notti milanesi in discoteca, influencer e youtuber con milioni di visualizzazioni, nonché attore e musicista (“Doctor Clapis”), Clapis ha già al suo attivo una lunga e produttiva carriera.

L’ultimo tassello del suo percorso creativo ha coinciso, nel 2014, con il desiderio, pubblicamente rivelato, di creare opere d’arte: «Dopo sconvolgenti esperienze personali, scoprii che fare arte era tutto ciò che desideravo perché rappresentava il mezzo più alto e puro attraverso il quale avrei potuto esprimermi. Così, di punto in bianco, annunciai il mio addio alle scene per rivelare la mia professione di artista», racconta Clapis. Pattern, titolo del volume da poco pubblicato in italiano e in inglese, non cade mai nell’auto-celebrazione. È, invece, un viaggio intimo e senza censure scaturito dal difficile periodo del lockdown.

Un libro destinato, per espressa volontà dell’autore, ad altri giovani artisti che sono alla ricerca di un proprio originale percorso espressivo. Un vero e proprio “manifesto” dell’era digitale, fra nuove tecnologie, social media, e comunicazione globale. Di seguito, in dieci punti, una full immersion nel “Clapis pensiero”.

1. Prima del web

«Credo che il sacrificio per raggiungere un obbiettivo sia sempre direttamente proporzionato all’emergenza interiore che si sente nel non poterne fare a meno; non ho idea di quanti mesi abbia passato chiuso in casa davanti a un computer a scervellarmi e mangiare plumcake».

2. Gli esordi sulla rete

«I primi tentativi si rivelarono fallimentari, producevo video potenzialmente virali ma che non riuscivano a emergere: una volta pubblicati nessuno li visualizzava. Così, mentre nella mia piccola casa atelier dell’epoca proseguivo il mio viaggio tra tele e sculture, capii di aver bisogno di un’ulteriore full immersion, quella nel magico mondo del digital marketing».

3. Che fare?

«Di fronte a intere industrie radicalmente modificate dall’avvento dei social, come possiamo indicare con esattezza e precisione oggettiva quello che potrebbe essere il miglior percorso per un artista? Mi sento ben lontano dall’immaginario comune dell’artista maledetto che dipinge fatto di crack affiancato da qualche magnate illuminato che un giorno toccandogli la spalla e si è nominato suo assistente sociale permanente, portandolo con sé nel paradiso luccicante e multimilionario dell’arte».

4. Le insidie del mercato

«Anche nell’ambiente dell’arte ci sono tante insidie e il mio lavoro finora è stato quello di proteggermi dai tanti professionisti improvvisati o gallerie commerciali senza visione di posizionamento, rinunciando a molte proposte anche in momenti in cui mi avrebbero fatto comodo sul breve periodo».

5. Un altro sguardo

«Nascosto dallo scudo intergalattico dei social, ho potuto evitare tanti tranelli di questo mercato di venditori ambulanti con il golfino di cachemire, che spesso mi ricorda fantasmi del passato, cercando di gestire il mio lavoro quanto più possibile in autonomia. Ci sono collaborazioni sporadiche con ottime gallerie ma non ho ancora incontrato la persona giusta alla quale sentirmi sereno di consegnare le chiavi del mio lavoro. Desidero e temo che questo possa accadere, un po’ come per ogni storia d’amore».

6. VIP generation

«Molte volte si diventa famosi proprio per questo motivo: vedi negli occhi dei tuoi genitori o dei compagni di scuola un’ammirazione ossequiosa verso il vip di ‘sto cazzo e la vorresti ricevere anche tu, perché ti convinci che in qualche modo ti proteggerà dalle tue fragilità, rendendoti irresistibilmente affascinante».

7. L’arte per Federico Clapis

«Vedo l’arte come un potente strumento per far fluire i nostri stati più repressi e riparare pian piano il danno dell’essere nati in un tempo che, non ci prende per mano ma legge un ipnotico foglietto illustrativo di vita in capsule interpretato dalle voci narranti di “mamma e papà”. Attraversare le proprie ombre è l’unica strada per permettere alla propria creatività di buttar fuori qualcosa di vero e luminoso».

8. Dal museo ai social network

«Un tempo si poteva fruire dell’inspiegabile effetto curativo dell’arte solo frequentando gallerie o musei ma ora, seppur con un dosaggio più leggero, nel nostro quotidiano abbiamo la possibilità di trarre beneficio dalla sua potente azione terapeutica attraverso i social».

9. Esperienze extrasensoriali

«Quando provi su pelle l’immenso potere delle nostre capacità extrasensoriali può succedere che cresca in te un continuo desiderio di evoluzione. Il tranello in cui è facile cadere somiglia all’arrivismo sociale: è lo stesso mostriciattolo interiore, ma stavolta vestito da Buddha. Mi dedicai per anni a diverse pratiche spirituali, mosso dal desiderio di raggiungere una stabile apertura del mio terzo occhio».

10. Arte e sessualità

«Si dice che l’energia sessuale sia, etimologicamente, energia creativa in quanto destinata alla riproduzione, e quindi al creare. Sono certo che il mio continuo desiderio di creare contribuisca a uno strano appagamento al riguardo. Come se l’energia sessuale si esprimesse in altro modo attraverso l’arte».

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