Edgy Architecture
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«Il Brutalismo cerca di fronteggiare la società della produzione di massa traendo una rude poesia delle forze potenti e confuse che sono in giro. Finora si è discusso del brutalismo stilisticamente, ma la sua essenza è etica».

Thoughts in progress: the New Brutalism, in “Architectural Design, 1957

Jean Dubuffet, Affluenza, 1961

Nel dicembre del 1955, The Architectural Review pubblica un articolo di Reyner Banham, dal titolo The New Brutalism. Il temine prende spunto dall’Art Brut di Jean Dubuffet (un’arte spontanea, oltre le pedanti riflessioni culturali) ma soprattutto dal beton brut, il cemento armato lasciato a vista che ha la sua prima celebrazione monumentale nell’Unitè d’Habitation di Marsiglia di Le Corbusier.

Brutalismo, in questo senso, si riferisce alla spontaneità, che non deriva da un processo artistico, bensì dalla rudezza intenzionale di ciò che si mostra semplicemente per quello che è. Qualcosa che cessa di riferirsi ai canoni estetici armonici, a cui anche l’arte e l’architettura moderne si erano uniformate negli anni tra le due guerre, per abbracciare piuttosto un’estetica incurante di risultare gradevole, un antimoralismo laconico, niente affatto compiaciuto di sé. 

La stagione del Brutalismo si apre quindi con Le Corbusier: la sua opera di Marsiglia rompe definitivamente con lo stile leggero e candido degli anni Venti e Trenta e inaugura un’architettura primitiva e ciclopica. L’Unité d’Habitation diventa un simbolo, in un’epoca in cui non è comune che le abitazioni abbiano bagni e riscaldamento. Questa architettura del dopoguerra rappresenta l’arrivo della modernità, apre nuove strade ai giovani architetti e alla loro voglia di sperimentare.

Il Brutalismo si impone come un nuovo risorgimento del dopoguerra, porta con sé la voglia di ricostruire concentrandosi su case, chiese, università, e sull’architettura civile. Spinti dalla voglia di riscatto, gli architetti progettano edifici enormi, monumentali, e soprattutto definiscono il concetto di architettura partecipata. Dopo le devastazioni, la paura e le separazioni causate dalla guerra, c’era la necessità di ritrovare il senso di appartenenza e di aggregazione. Per questo il Brutalismo si impone soprattuto in edifici per la comunità e non privati. L’architettura è realizzata pensando agli spazi insieme ai suoi abitanti, opere grezze ma sincere, che non nascondono i materiali ed i loro difetti. Etica prima di estetica. 

Allo stesso tempo, l’internazionalità di questo movimento si racconta in maniera diversa a seconda del Paese in cui si trova: nel Regno Unito era espressione del welfare state; in Unione Sovietica e negli Stati Uniti della Guerra Fredda in atto; per il Giappone era il sintomo della reinvenzione nazionale post-guerra; per l’India, l’orgogliosa indipendenza dalla Gran Bretagna; in Spagna era il riscatto dal totalitarismo franchista. Uno stile che per quanto multiforme, prendeva slancio dalla volontà condivisa degli architetti, non tanto di creare progetti mozzafiato, ma di cambiare il mondo.

Quello che ci è rimasto oggi della sfacciata onestà del Nuovo Brutalismo, è l’uso che ne hanno fatto le istituzioni e i governi, il suo isolamento dal mondo esterno, la sua oscurità tanto diversa dalla luminosità delle contemporanee costruzioni in vetro. Espressione delle sue ombre, il richiamo ai bunker della Seconda Guerra Mondiale, la sua aggressività figlia di un tempo in cui gli architetti si stavano affermando come artisti e gli artisti non guardavano ancora con accondiscendenza il pubblico come avidi consumatori da soddisfare.

Ma così, con il passare degli anni, il pubblico ha cominciato a pensare che il Nuovo Brutalismo fosse poco interessato alla vita reale di chi vive dentro i suoi edifici, rapidamente diventati fatiscenti anche a causa dell’incuria delle amministrazioni. Nonostante, tra alti e bassi il Brutalismo non sia mai veramente scomparso, molti edifici sono però stati demoliti, dimenticati e, nel peggiore dei casi, diventati oggetto di vandalismo.

“L’architettura grigia”, sta però vivendo un nuovo periodo di riscoperta, celebrata attraverso gli scatti di Instagram che la esaltano, e che danno vita ad una nuova estetica del brutto. La piattaforma Musement, specializzata in tour e attrazioni, ha stilato la lista degli edifici brutalisti più famosi fotografati e postati sui social. Al primo posto troviamo un’architettura simbolo del Made in Italy: Torre Velasca. 

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